QUICUMQUE VULT SALVUS ESSE, ANTE OMNIA OPUS EST, UT TENEAT CATHOLICAM FIDEM

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lunedì 27 settembre 2010

l'ora di meditazione: L'appareccchio alla morte di S. Alfonso Parte I


Vogliamo inaugurare questo spazio dedicato alla meditazione con una delle più sublimi opere scritte da S. Alfonso Maria de Liguori: ovvero
 L'apparecchio alla Morte


RITRATTO D'UN UOMO DA POCO TEMPO PASSATO ALL'ALTRA VITA
Pulvis es, et in pulverem reverteris (Gen 3,19)
PUNTO I
Considera che sei terra, ed in terra hai da ritornare. Ha da venire un giorno che hai da morire e da trovarti a marcire in una fossa, dove sarai coverto da' vermi. "Operimentum tuum erunt vermes" (Is 14,11). A tutti ha da toccare la stessa sorte, a nobili ed a plebei, a principi ed a vassalli. Uscita che sarà l'anima dal corpo con quell'ultima aperta di bocca, l'anima anderà alla sua eternità, e 'l corpo ha da ridursi in polvere. "Auferes spiritum eorum, et in pulverem revertentur" (Ps 103,29).
Immaginati di veder una persona, da cui poco fa sia spirata l'anima. Mira in quel cadavere, che ancora sta sul letto, il capo caduto sul petto: i capelli scarmigliati ed ancor bagnati dal sudor della morte: gli occhi incavati, le guance smunte, la faccia in color di cenere, la lingua e le labbra in color di ferro, il corpo freddo e pesante. Chi lo vede s'impallidisce e trema. Quanti alla vista di un parente o amico defunto hanno mutato vita e lasciato il mondo!
Maggior orrore dà poi il cadavere, quando principia a marcire. Non saranno passate ancora 24 ore ch'è morto quel giovine, e la puzza si fa sentire. Bisogna aprir le finestre e bruciar molto incenso, anzi procurare che presto si mandi alla chiesa, e si metta sotto terra, acciocché non ammorbi tutta la casa. E l'essere stato quel corpo d'un nobile, o d'un ricco non servirà che per mandare un fetore più intollerabile. "Gravius foetent divitum corpora", dice un autore.
Ecco dove è arrivato quel superbo, quel disonesto! Prima accolto e desiderato nelle conversazioni, ora diventato l'orrore e l'abbominio di chi lo vede. Ond'è che s'affrettano i parenti a farlo cacciar di casa, e si pagano i facchini, acciocché chiuso in una cassa lo portino a buttarlo in una sepoltura. Prima volava la fama del suo spirito, della sua garbatezza, delle sue belle maniere e delle sue lepidezze; ma tra poco ch'è morto, se ne perde la memoria. "Periit memoria eorum cum sonitu" (Ps 9,7).
Al sentir la nuova della sua morte altri dice: Costui si facea onore; altri: Ha lasciata bene accomodata la casa; altri se ne rammaricano, perché il defunto recava loro qualche utile; altri se ne rallegrano, perché la sua morte loro giova. Del resto, tra poco tempo da niuno più se ne parlerà. E sin dal principio i parenti più stretti non vogliono sentirne più parlare, affinché non si rinnovi loro la passione. Nelle visite di condoglienze si parla d'altro; e se taluno esce a parlar del defunto, dice il parente: Per carità non me lo nominate più.
Pensate che siccome voi avete fatto nella morte de' vostri amici e congiunti, così gli altri faranno di voi. Entrano i vivi a far comparsa nella scena e ad occupare i beni e i posti de' morti; e de' morti niente o poco si fa più stima o menzione. I parenti a principio resteranno afflitti per qualche giorno, ma tra poco si consoleranno con quella porzione di robe, che sarà loro toccata; sicché tra poco più presto si rallegreranno della vostra morte; e in quella medesima stanza, dove voi avrete spirata l'anima, e sarete stato giudicato da Gesù Cristo, si ballerà, si mangerà, si giuocherà e riderà come prima; e l'anima vostra dove allora starà?
PUNTO II
Ma per meglio vedere quel che sei, cristiano mio, dice S. Gio. Grisostomo: "Perge ad sepulcrum, contemplare pulverem, cineres, vermes, et suspira". Mira come quel cadavere prima diventa giallo e poi nero. Dopo si fa vedere su tutto il corpo una lanugine bianca e schifosa. Indi scaturisce un marciume viscoso e puzzolente, che cola per terra. In quella marcia si genera poi una gran turba di vermi, che si nutriscono delle stesse carni. S'aggiungono i topi a far pasto su quel corpo, altri girando da fuori, altri entrando nella bocca e nelle viscere. Cadono a pezzi le guance, le labbra e i capelli; le coste son le prime a spolparsi, poi le braccia e le gambe. I vermi dopo aversi consumato tutte le carni, si consumano da loro stessi; e finalmente di quel corpo non resta che un fetente scheletro, che col tempo si divide, separandosi l'ossa, e cadendo il capo dal busto. "Redacta quasi in favillam aestivae areae, quae rapta sunt vento" (Dan 2,35). Ecco che cosa è l'uomo, è un poco di polvere, che in un'aia è portata dal vento.
Ecco quel cavaliere, ch'era chiamato lo spasso, l'anima della conversazione, dov'è? Entrate nella sua stanza, non v'è più. Se ricercate il suo letto, si è dato ad altri; se le sue vesti, le sue armi, altri già se l'han prese e divise. Se volete vederlo, affacciatevi a quella fossa, dov'è mutato in succidume ed ossa spolpate. Oh Dio quel corpo nutrito con tante delizie, vestito con tanta pompa, corteggiato da tanti servi, a questo si è ridotto? O santi, voi l'intendeste, che per amore di quel Dio che solo amaste in questa terra, sapeste mortificare i vostri corpi, ed ora le vostre ossa son tenute e pregiate come reliquie sacre tra gli ori, e le vostre belle anime godono Dio, aspettando il giorno finale, in cui verranno anche i vostri corpi per esser compagni della gloria, come sono stati della croce in questa vita. Questo è il vero amore al corpo, caricarlo qui di strazi, acciocché in eterno sia felice; e negargli quei piaceri, che lo renderanno infelice in eterno.
PUNTO III
Fratello mio, in questo ritratto della morte vedi te stesso, e quello che hai da diventare. "Memento, quia pulvis es, et in pulverem reverteris". Pensa che tra pochi anni, e forse tra mesi o giorni diventerai putredine e vermi. Giobbe con questo pensiero si fece santo: "Putredini dixi, pater meus es tu, mater mea et soror mea vermibus" (Iob 17,14).
Tutto ha da finire; e se l'anima tua in morte si perderà, tutto sarà perduto per te. "Considera te iam mortuum", dice S. Lorenzo Giustiniani, "quem scis de necessitate moriturum". Se tu fossi già morto, che non desidereresti di aver fatto per Dio? Ora che sei vivo, pensa che un giorno hai da trovarti morto. Dice S. Bonaventura che il nocchiero per ben governar la nave, si mette alla coda di quella; così l'uomo per menar buona vita, dee immaginarsi sempre come stesse in morte. Di là, dice S. Bernardo: "Vide prima et erubesce", guarda i peccati della gioventù, ed abbine rossore: "Vide media, et ingemisce", guarda i peccati della virilità, e piangi: "Vide novissima, et contremisce", guarda gli ultimi presenti sconcerti della tua vita, e trema, e presto rimedia.
S. Camillo de Lellis, quando si affacciava sulle fosse de' morti, dicea tra sé: Se questi tornassero a vivere, che non farebbero per la vita eterna? ed io che ho tempo, che fo per l'anima? Ma ciò lo dicea questo Santo per umiltà. Ma voi, fratello mio, forse con ragione potete temere d'essere quel fico senza frutto, di cui diceva il Signore: "Ecce anni tres sunt, ex quo venio quaerens fructum in ficulnea hac, et non invenio" (Luc 13,7). Voi più che da tre anni state nel mondo, che frutto avete dato? Vedete, dice S. Bernardo, che il Signore non solo cerca fiori, ma vuole anche frutti, cioè non solo buoni desideri e propositi, ma vuole anche opere sante. Sappiate dunque avvalervi di questo tempo, che Dio vi dà per sua misericordia; non aspettate a desiderare il tempo di far bene, quando non sarà più tempo, e vi sarà detto: "Tempus non erit amplius: Proficiscere", presto, ora è tempo di partire da questo mondo, presto, quel ch'è fatto è fatto.


domenica 19 settembre 2010

La Santa Messa spiegata ai fanciulli. VI parte




6. Offerta dei pani
Si legge nella Sacra Scrittura che una volta il re Melchisedech, che era Sacerdote dell’Altissimo, andò incontro ad Abramo, dopo che questi aveva riportato una grande vittoria sopra i suoi nemici, ed offrì al Signore, in ringraziamento, pane e vino.
Questo fatto ci fa conoscere come fin dai tempi antichissimi vi fu il costume di offrire al Signore pane e vino, in riconoscimento del suo supremo dominio sopra tutte le creature.
Infatti nel tabernacolo costruito da Mosè nel deserto, e poi anche nel tempio di Gerusalemme, i Sacerdoti offrivano a Dio, sulla mensa d’oro, dodici pani, che si chiamavano i pani della oposizione (fig. 6). I pani erano fatti con fior di farina, senza lievito, e pesavano tredici libbre ciascuno.



Figura 6: I Sacerdoti offrivano a Dio, sulla mensa d’oro, dodici pani.


I pani rimanevano sulla mensa d’oro per una intera settimana e, ogni sabato, si toglievano i vecchi e si mettevano i nuovi. I pani che si toglievano dalla mensa del Signore, essendo diventati cosa sacra, potevano essere mangiati soltanto dai sacerdoti.
La mensa dei pani era fatta di legno di setim, ricoperto di lamine d’oro; ed aveva intorno una cornice con fregi d’oro. Due bastoni d’oro, ai lati, servivano a trasportar la mensa durante il viaggio nel deserto, dopo l’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto, Sulla stessa mensa si offriva al Signore anche il vino e l’incenso.
Quei pani, che si tenevano continuamente sulla mensa del Signore, davanti al tabernacolo, come un perenne sacrificio, simboleggiavano assai bene l’Ostia Santa, che tutti i giorni si consacra adesso sui nostri altari, nella quale Gesù Cristo si offre perennemente al Padre suo, come Vittima sacrificata per la nostra salvezza.





mercoledì 15 settembre 2010

Pensieri e coincidenze


Precisiamo fin da subito che questo breve intervento non pretende di avanzare alcuna ipotesi rigorosa, ma solo essere condivisione di una breve riflessione.
Il nostro Santo Padre è un pastore attento e, assieme, un grande teologo: è possibile dunque riscontrare anche al di fuori di elementi prettamente "politici" le ragioni della scelta del 14 Settembre per l'emanazione del Motu proprio?

La Festa dell'Esaltazione della Santa Croce ci evoca immantinente due diversi pensieri:

- l'idea della centralità della Croce, nel mondo, nella Liturgia, in senso lato nella realtà tanto cara alla Verità cattolica: basti pensare al motto certosino "Stat Crux dum volvitur orbis".

- l'idea dell'innalzamento (exaltatio) della Croce "al di sopra" dell'umanità, essendo il Sacrificio della Croce con il quale Cristo ha redento l'umanità indubitabilmente Santo, sovrannaturale e degno di adorazione, avvenuto una volta in modo cruento sulla Croce e sempre in modo incruento sugli altari nella Sante Messe cattoliche (semel et semper) sempre unico e identico, come unica è la fede e unica è la Chiesa.

A latere sottolineiamo come derivazione diretta di queste due idee siano il principio della regalità di Nostro Signore Gesù Cristo e quello della Croce come fine e speranza dell'umanità che anela alla Riconciliazione definitiva con Cristo che, per mezzo della Croce stessa, ci ha redenti: questi due punti sono magnificamente compendiati nel noto Inno "Vexilla Regis" (che questa settimana potete udire in sottofondo) ove dice "Regnavit a ligno Deus" e poi "O Crux, ave spes unica".

Tornando alle idee principali e al senso profondo dell'emanazione del Motu proprio in tale ricorrenza, possiamo notare facilmente che esse idee sono evidentemente, precipuamente e massimamente significate e presenti nel venerabile rito tradizionale:

- centralità: chi potrebbe non notare che il crocifisso al centro dell'altare e in alto è il fulcro della celebrazione e lo sguardo del fedele è continuamente attratto da esso, specialmente quando, proprio sotto lo stesso, al centro dell'altare, si rinnova incruentemente il Sacrificio? E chi metterebbe in dubbio che questo è, senza dubbio, un grande pregio della forma tradizionale rispetto a tante celebrazioni odierne dove vediamo il crocifisso messo da qualche parte in presbiterio totalmente privato della sua posizione preminente, quasi declassato al livello di una qualunque immagine votiva e parallelamente alla perdita del senso della natura sacrificale della Santa Messa nel popolo cattolico?

- innalzamento: è ormai acquisito che una delle conseguenze più gravi degli smarrimenti intervenuti, negli ultimi tempi, nel popolo cattolico è il cosiddetto "antropocentrismo", ovvero il mettere l'uomo al centro e al di sopra di tutto, l'uomo con i suoi gusti, le sue esigenze (in particolare quelle radicate nei più vari e irragionevoli desideri) affidando tutto alla sua "autodeterminazione" rispetto a se stesso e al suo "arbitrio" riguardo al resto, anche alle cose più Sante come la Dottrina e, eccoci al punto, la Liturgia.

Il rito Tradizionale, con la sua verticalità e il suo indiscutibile Teocentrismo, è certamente un antidoto contro tale deriva ed esprime in modo unico la maestà di Dio, rifugge il pressapochismo e la confusione nonché il protagonismo dell'uomo (celebrante o chicchesia, purchè dotato del fatidico microfono) a cui troppo spesso ci capita di assistere al di fuori di tale rito.

Ci permettiamo di notare in conclusione che ieri, Festività dei Sette Dolori della Beata Vergine, che la Liturgia saggiamente accosta alla Festività dell'Esaltazione della Santa Croce, ci è anche stata data occasione di riflettere sul nostro ruolo di fedeli nella Santa Messa.

Noi, che stiamo ai piedi dell'altare nella Santa Messa, occupiamo la posizione della Vergine ai piedi della Croce: è lei che ci viene posta a modello perfetto che ci dobbiamo sforzare di imitare nella contemplazione e nella devozione come ci ricorda la bellissima Sequenza che sotto riportiamo.

Stabat Mater dolorósa

iuxta crucem lacrimósa,

dum pendébat Fílius.


Cuius ánimam geméntem,

contristátam et doléntem

pertransívit gládius.


O quam tristis et afflícta

fuit illa benedícta

Mater Unigéniti !


Quae moerébat et dolébat,

pia mater, cum vidébat

nati poenas íncliti.


Quis est homo, qui non fleret,

Christi Matrem si vidéret

in tanto supplício?


Quis non posset contristári,

piam Matrem contemplári

doléntem cum Filio ?


Pro peccátis suae gentis

vidit Jesum in torméntis

et flagéllis subditum.


Vidit suum dulcem natum

moriéntem desolátum,

dum emísit spíritum.


Eia, mater, fons amóris,

me sentíre vim dolóris

fac, ut tecum lúgeam.


Fac, ut árdeat cor meum

in amándo Christum Deum,

ut sibi compláceam.


Sancta Mater, istud agas,

crucifíxi fige plagas

cordi meo válide.


Tui Nati vulneráti,

tam dignáti pro me pati,

poenas mecum dívide.


Fac me vere tecum flere,

Crucifíxo condolére

donec ego víxero.


Iuxta crucem tecum stare,

te libenter sociáre

in planctu desídero.


Virgo vírginum praeclára,

mihi iam non sis amára,

fac me tecum plángere.


Fac, ut portem Christi mortem,

passiónis fac me sortem

et plagas recólere.


Fac me plagis vulnerári,

cruce hac inebriári

et cruóre Fílii.


Flammis urar ne succénsus,

per te, Virgo, sim defénsus

in die iudícii.


Fac me cruce custodíri

morte Christi praemuníri,

confovéri grátia.


Quando corpus moriétur,

fac, ut ánimae donétur

paradísi glória. Amen



Stava immersa in doglia e in pianto
La pia Madre al Legno accanto
Mentre il Figlio agonizzò.

Di Maria l’anima afflitta,
5Gemebonda, derelitta,
Una spada trapassò.

Come trista ed infelice
Fu la santa Genitrice
De l’unìgeno Figliuol!

10Oh quai gemiti traea
Quando aggiunta in Lui vedea
Pena a pena, e duolo a duol!

Qual crudel mirar potria
Tanta ambascia di Maria
15Senza lagrime e sospir?

Chi potria con fermo ciglio
Contemplar la Madre e il Figlio
A un medesimo martir?

Per gli error di noi rubelli
20Star Gesù sotto i flagelli,
Fra’ tormenti vide star;

Vide il Figlio suo diletto,
Lacerato il molle petto,
L’egro spirito esalar.

25O Maria, fonte d’amore,
Provar fammi il tuo dolore,
Fammi piangere con te.

Fa che accendasi il cor mio,
Ch’arda tutto de l’Uom Dio,
30Tal che pago Ei sia di me.

De le man, del sen, de’ piedi
Tu le piaghe a me concedi,
Tu le stampa in questo cor.

Del tuo Figlio, che il mio bene
35Ricomprò per tante pene,
Fammi parte nel dolor.

Io sia teco, o Madre, afflitto;
Io con Cristo sia trafitto
Sino a l’ultimo mio dì.

40Starmi sempre io con te voglio,
Tuo compagno nel cordoglio,
Presso al tronco ov’Ei morì.

Fra le Vergini o preclara,
Non mostrarti al prego avara,
45Fammi teco lacrimar.

Di Gesù fa mia la sorte,
Fa ch’io senta in me sua morte,
Di sua morte al rimembrar.

Dona a me lo strazio atroce
50M’innamora de la Croce
E del sangue di Gesù.

Come a noi verrà l’Eterno
Giudicante, de l’inferno
Scampo al foco mi sii Tu.

55E tu, Cristo, per mercede
Di Colei che invan non chiede,
Volgi pio lo sguardo a me.

Quando il corpo egro si muoja,
Ne la gloria, ne la gioja
60Venga l’anima con Te.

martedì 14 settembre 2010

A TRE ANNI DAL MOTU PROPRIO


Sono passati tre anni da quanto il Santo Padre Benedetto XVI ha fatto dono alla Chiesa Universale del Motu proprio "Summorum pontificum cura".
Il 14 Settembre 2007 è una data che segna uno spartiacque nell'esperienza di tutti coloro che, in diversi modi, sono interessati da questa Forma, così venerabile, del Romano Rito.
Per alcuni esso significò un agognato traguardo: in particolare per coloro che tanti anni, già dai tempi delle concessioni del Santo Padre Giovanni Paolo II di venerata memoria, hanno seguito il Rito tradizionale spesso additati come "disobbedienti" e in non totale sintonia con la madre Chiesa.
Per altri una svolta di tranquillità: chi coltivava un interesse e lo teneva celato per paura di cadere nei suddetti luoghi comuni si è sentito più tranquillo anche perché, in un modo o nell'altro, l'atto del Santo Padre venne portato alla generale attenzione per alcuni giorni dai giornali. Essi, tutti ricordiamo, pur fornendo un'informazione piena di imprecisioni e di confusioni tra lingua, posizione del celebrante e rito, indegna di molti che, chiamandosi giornalisti "professionisti" dovrebbero documentarsi su quanto scrivono, finirono in un modo o nell'altro per far entrare il motu proprio nei discorsi della gente.
Vi è infine un non piccolo numero, specie di giovani, fra cui si possono umilmente annoverare anche i curatori di questo blog, che proprio dall'atto pontificio hanno tratto la "prima curiosità" verso questo Rito e hanno scoperto un tesoro destinato ad arricchire in modo impensato e a segnare per sempre la propria spiritualità. I modi in cui questo avvenga possono essere discussi: per contribuire alla riflessione abbiamo pubblicato un'omelia del nostro cappellano qualche giorno fa in preparazione alla ricorrenza e ora pubblichiamo (vedi sotto) la Sua postfazione al noto manuale per servire la Santa Messa "INTROIBO AD ALTARE DEI", sempre sulla stessa linea di pensiero, in cui potremmo dire compendiata la stessa omelia.

Non possiamo tuttavia fare a meno di dire, per concludere, che il Motu proprio quale fonte di speranze, a volte a riservato anche delle delusioni per la scarsa prontezza e la diffidenza di alcuni pastori verso il Rito tradizionale, causa di una non pronta ricezione della volontà pontificia che ancora oggi purtroppo causa sofferenza ad alcuni gruppi di fedeli e alla Chiesa tutta.
Tutto ciò fa un impressionante contrasto con la solerzia con la quale il Revendissimo Patriarca di Venezia, il Signor Cardinale Angelo Scola, ha provveduto a offrire al suo gregge la Messa tradizionale, andando poi, con quel mirabile positivo superamento del disegno umano che solo la Divina Provvidenza può operare, ben oltre i confini del Patriarcato stesso, come la eterogenea e arricchente diversità di provenienza dei fedeli.
Non tralasciamo di pregare perché tutti coloro che desiderino partecipare alla Messa tradizionale lo possano fare serenamente e che cessino tutte le incomprensioni che ancora ostano una piena e fruttuosa applicazione del Motu Proprio.

Gregorius


***
di Padre Konrad zu Loewenstein, da "Introibo ad Altare Dei",
La Santa messa è il Santo Sacrificio del Calvario reso presente in modo incruento sull'altare. Il sacerdote è lo stesso, Gesù Cristo: in fatti, il celebrante agisce in persona Christi. La vittima è la stessa, ossia Gesù Cristo sotto l'apparenza del pane e del vino, che al momento della consacrazione si trasformano sostanzialmente nel Corpo e nel Sangue della seconda persona della SS. Trinità. Lo stesso Sacerdote, la stessa Vittima, lo stesso Sacrificio. Perciò non c'è ne ci sarà mai niente di più grande ne di più glorioso sulla terra della Santa Messa, nella quale Nostro Signore Gesù Cristo, a cui sia sempre ogni lode, onore e gloria, si immola per la salvezza del mondo.

Ora, il Rito Romano antico Ripresenta questo Sacrificio in modo Sublime, in quanto il celebrante lo offre su un altare elevato - simbolo del calvario - e lo offre al Padre volto l Crocifisso, ch'è lo stesso Dio che ha assunto la nostra povera carne, ed al Tabernacolo che contiene Dio sotto le specie eucaristiche; in quanto canta o recita in una lingua sacra i testi che hanno santificato nazioni e popoli interi per duemila anni; in quanto i numerosi segni di Croce, gl'inchini, le genuflessioni e tutti i gesti rituali esprimono e richiedono il debito raccoglimento, la riverenza, la pietà e la devozione dei presenti, mentre in mezzo a noi la realtà eterna, per la misericordia infinita di Dio, prende forma attualizzandosi. E l'altare, le candele, il santuario, l'ora e il giorno scompaiono, e noi misticamente ci troviamo di nuovo alle tre del pomeriggio sull'altura del Golgota: il sole eclissato, il cielo oscurato, la terra scossa, mentre il prezziosissimo Sangue sgorga dalle ferite adorabili e sacratissime del Salvatore per scorrer giù per il legno della Croce sulle teste di noi miseri peccatori!

Che Iddio ricompensi abbondantemente il Santo padre Benedetto XVI per la liberalizzazione di questo venerando Rito, che è senza dubbio alcuno, il più eletto dei doni ch'Egli avrebbe potuto elargire alla Chiesa.




ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE

Come l'apparizione della Santa Croce a Costantino, e la scoperta del sacro legno fatta da s.Elena diede occasione alla festa dell'invenzione della Santa Croce che però non si rese universale fino al 720, così il riacquisto di si santo strumento, fatto da Eraclio diede nuovo lustro alla festa dell'Esaltazione, che già si celebrava dai greci e dai Latini nel sesto secolo e anche nel quinto.

Corsoe II, re di Persia, sotto pretesto di vendicare l'imperatore Maurizio, trucidato da Foca, si mosse con grande esercito contro quest'ultimo, e in poco tempo si impadronì della Siria e dell Palestina, mettendo a fuoco e a sangue tutto l'oriente.

Eraclio, figlio del governatore dell'Africa, animato dai voti del popolo che stufo della tirannia di Foca, lo proclamava imperatore, approda con un armata navale a Costantinopoli, ove sconfisse le truppe nemiche, e, impadronitosi del tiranno, gli fece troncare la testa. Non ottenne appena questa vittoria che cercò di fare la pace con Corsoe, affinchè senza spargere altro sangue, si ritirasse nei propri stati, cioè nel regno di Persia. Corsoe, superbo delle prime conquiste, rifiutò ogni condizione, fece nuove scorrerie, strinse d'assedio Gerusalemme, e presala nell'anno 625, portò seco nella Persia, coi principali della città e il vescovo Zaccaria, i più preziosi tesori che vi poté trovare, e fra questi la Vera Croce su cui era morto il Salvatore. Allora Eraclio risolvette di farla finita; e confidando nella protezione del cielo, partì colle sue truppe per la Persia. La marca fu un continuo trionfo e sconfitti tutti i persiani che d'allora in poi non riacquistarono più il loro primitivo splendore, costrinse alla fuga il loro re, che fu poi fatto morire dal proprio figlio Siroe, com'egli a colpi di bastone aveva fatto morire il proprio padre Ormisda. Debellati così tutti i nemici, Eraclio cedette alle istanze di Siroe che domandava la pace; e la prima condizione che gli impose fu quella di restituire tutto quello che Corsoe aveva rubato in Palestina, e specialmente la Santa Croce. Fu allora che questa nel 628, fu portata trionfalmente , fra le acclamazioni e gli ossequi di tutto il popolo a Costantinopoli. L'anno seguente, l'imperatore si imbarcò per portarla in Gerusalemme. E giuntovi feliceente, la volle portare egli stesso nel tempio fabbricat da Costantino sopra il calvario. Ma arrivato alla porta che serve di introduzione al sacro monte, si sentì impediti i suoi passi a una forza invisibile e irresistibile. Allora, il patriarca Zaccaria che lo accompagnava, lo avvisò che ciò proveniva dall'essere egli vestito pomposamente, e quindi in modo non proprio nell'imitar Gesù Cristo nel portare la croce. Depose subito l'imperatore le regie insegne; si vestì di abito penitenziale, e trovò di procedere liberamente, come procedette di fatto al compimento i propri voti. E così fu la Santa Croce nel 629 riposta per mano di Eraclio in quel luogo medesimo da cui 14 ai prima era stata rubata da Corsoe. Siccome ciò avvenne il 14 settembre, in cui molti eran soliti festeggiare la Santa Croce, fu così universalmente stabilita in tal giorno l solennità della sua Esaltazione.





domenica 12 settembre 2010

La Santa Messa spiegata ai fanciulli. V parte

5. I sacrifici nella legge ebraica


Quando il Signore diede a Mosè, sul monte Sinai, i dieci Comandamenti, gli spiegò anche il modo con cui i Sacerdoti dovevano offrirgli le varie specie di sacrifici. E Mosè sceso dal monte, mise subito in esecuzione quello che il Signore gli aveva comandato: costruì il tabernacolo e l'altare; e, sull'altare, i Sacerdoti incominciarono ad offrire i sacrifici, con tutte le regole e le cerimonie ordinate da Dio. Si distinguevano due specie di sacrifici: cruenti ed incruenti. Sacrifici cruenti erano quelli nei quali si spargeva il sangue della vittima.
Incruenti erano quelli nei quali non si spargeva il sangue; questi consistevano in offerte di animali, che si uccidevano, se ne spargeva il sangue sull'altare, e poi si bruciavano in onore di Dio. I sacrifici cruenti erano di tre specie:
1) Olocausto. In questo sacrificio la vittima, dopo averla uccisa, si lasciava bruciare tutta sul fuoco, per riconoscere il supremo ed assoluto dominio di Dio sopra tutte le creature.
2) Propiziatorio. In questo sacrificio la vittima si divideva in due parti; una parte si bruciava in onore di Dio e un'altra parte la prendeva il sacerdote. Si chiamava anche sacrificio espiatorio, perché serviva ad implorare da Dio il perdono dei peccati.
3) Ostia pacifica. Questo sacrificio serviva a ringraziare il Signore per i benefici ricevuti e ad implorare nuove grazie. La vittima si divideva in tre parti: una parte si bruciava, un'altra parte la prendeva il sacerdote, e un'altra parte la prendeva la persona stessa che aveva fatto l'offerta, per mangiarla insieme agli amici, davanti all'altare.
I sacerdoti, secondo l'ordine dato da Dio a Mosè, offrivano tutti i giorni, sull'altare degli olocausti, due agnelli, uno la mattina ed uno la sera. E, in alcune solennità principali dell'anno, i Sacerdoti offrivano altri sacrifici di buoi, vacche, capri, pecore, agnelli, ecc.
Il Sommo Sacerdote, una volta l'anno, nel giorno della grande espiazione, offriva in sacrificio un toro, una vacca rossa e un capro, oltre gli agnelli di ogni giorno (fig. 5); e poi, tenendo in mano il turibolo fumicante d'incenso, entrava nella parte più segreta del tempio (che si chiamava Sancta Sanctorum) per offrire l'incenso e per pronunziare il santo Nome di Dio, che a lui solo era permesso di pronunziare una volta all'anno.



Figura 5: Il Sommo Sacerdote, nel giorno della grande espiazione, offriva un toro, una vacca rossa, un capro, due agnelli…


Ma oltre a questi sacrifici comandati da Dio per tutti i giorni e per le varie solennità dell'anno, moltissimi altri sacrifici offrivano al Signore i sacerdoti, con le vittime che erano offerte dal popolo.
I Sacerdoti avevano l’obbligo strettissimo di mantenere il fuoco sacro acceso sull’altare continuamente, giorno e notte; e guai al Sacerdote che l’avesse lasciato spegnere!
Sarebbe stato inesorabilmente messo a morte.
Altro dovere dei Sacerdoti era quello di suonare le trombe per invitare il popolo intorno all’altare nell’ora del Sacrificio. E il suono delle trombe si continuava talvolta anche per tutto il tempo che durava il Sacrificio.
Qui si deve osservare una cosa. L’animale che veniva offerto a Dio in sacrificio si chiamava vittima, e si chiamava anche ostia. Per noi adesso la parola ostia significa una sottilissima sfoglia fatta con farina ed acqua, che serve per vari usi, ma specialmente per il SS. Sacramento dell’Eucarestia.
Perché questa piccola sfoglia di pane senza lievito ha preso lo stesso nome che avevano
anticamente le vittime, che si offrivano sull’altare in onore di Dio? Appunto perché nel SS. Sacramento Gesù si fa Vittima per la nostra salvezza. Questa cosa si comprenderà meglio colle spiegazioni che faremo nei capitoli seguenti.

sabato 11 settembre 2010

La storia dell'invenzione e dell'Esaltazione della Santa Croce su cui, per opera di Gesù Cristo, fu compiuta la redenzione di tutto il genere umano, è troppo interessante per essere passata sotto silenzio. Facciamone dunque qualche cenno.

INVENZIONE DELLA SANTA CROCE

Costantino detto il Grande, figlio di Costanzo Cloro e di S.Elena, dopo essere stato presente alla morte del proprio padre nella Gran Bretagna, fu dichiarato imperatore in suo luogo il giorno 25 luglio 306. Investito della suprema autorità, cominciò a regnare nell'Inghilterra, nelle Gallie e nella Spagna che erano i paesi dominati da Costanzo quando da Diocleziano fu associato all'impero. a dopo qualche anno, sentendo che massenzio in Roma cercava di usurpargli il trono, mosse dal Reno contro di lui, e sapendo che il suo nemico era assai maggiore di forza, dacchè non aveva meno di duecentomila uomini, chiama in soccorso il Dio dei Cristiani, per i quali aveva una gran propensione. La sua speranza non lo tradì, ma anzi, il giorno inanzi alla battaglia, trovandosi alle porte di Roma qualche ora dopo il meriggio, a vista di tutto il suo esercito, non che di lui che ne era a capo, apparve in cielo una croce più luminosa del sole, e intorno alla quale si leggevano queste parole - Con questa bandiera tu vincerai - in hoc signo vinces. La notte seguente Gesù Cristo gli apparve in sogno, e mostrandogli di nuovo la croce apparsa in cielo il giorno avanti, gli comandò di farne subito costruire una in tutto simile a quella che gli era mostrata, e di usarla come stendardo di guerra, che avrebbe certissima la vittoria. Appena svegliato l'imperatore diede gli ordini opportuni per fare questa nuova bandiera tanto famosa sotto il nome di 'labaro', la quale consisteva in una lunga picca tutta coperta di oro traversata in alto da un altro legno che formava una croce dalle cui braccia pendeva un velo tessuto d'oro e pietre preziose. Al sommo della croce brillava una ricca corona d'oro, nel cui mezzo stavano le lettere greche indicanti il nome di Cristo. Con questa nuova bandiera che veniva portata dai veterani più distinti per valore e per pietà, si avanzò Costantino verso Massenzio, e al Ponte Milvio, detto ora il Ponte Molle, lo sconfisse per modo che il tiranno prese la fuga e si annegò nel Tevere il 28 ottobre del 312. Questa è quella grande vittoria che determinò Costantino a dichiarare la religione cristiana libera in tutto l'impero; il chè fece con formale decreto, sottoscritto in Milano nell'anno 313; tanto più che, vinto Massenzio, trionfò anche su Licinio, imperatore d'oriente, persecutore fierissimo del Cristianesimo, e così divenne egli solo padrone del mondo conosciuto a quei tempi. Pochi sono i fatti che abbiano tante prove tante quante ne abbia l'apparizione della Croce a Costantino. Eusebio ci assicura di averlo appreso alla bocca stessa dell'imperatore. lattanzio che scrisse prima di Eusebio ne parla come di fatto innegabile.

Risoluto Costantino di sfar trionfare la Croce in tutte la parti del suo impero, comandò prima di tutto di abbattere quei templi profani che l'Imperatore Adriano aveva fatto innalzare sopra il Santo Sepolcro, dopo di averlo riempito di terra e nascosto alla vista comune con un pavimento di pietra. Datone l'ordine a Draciliano, governatore della Palestina e partecipatene la notizia a s. Macario vescovo di Gerusalemme, santa Elena, madre dell'Imperatore, quantunque fosse già sugli ottant'anni, volle prendere personalmente la direzione, e pose ogni suo studio nel ricercare la Santa Croce. Dopo un lungo scavare, si giunse a scoprire il Sepolcro, e in sua vicinanza tre croci della stessa grandezza e della stessa forma, per cui non si poteva distinguer quale fosse quella del salvatore, tanto più che il titolo ordinato da Pilato era confuso tra i vari legni.

nell'impossibilità di riconoscere quale delle tre croci fosse quella che si cercava, s,Macario suggerì all'imperatrice di portarle tutte e tre alla casa di una gentildonna che era moribonda. Fatta una fervida preghiera, e portate le croci alla casa dell'ammalata, si provò a toccarla con esse: ma mentre alcun effetto si ebbe dalle prime, al tocco della terza l'ammalata si vide perfettamente guarita. Alcuni altri riferiscono che la Santa Croce era stata riconosciuta per l'istantanea resurrezione di un morto che sopra di essa fu steso, mentre nulla era avvenuto posandolo sulle altre due croci.

Riconosciuta la vera Croce, si fondò una chiesa nel luogo in cui fu trovata, ed ivi la si depose in una grande custodia di sommo valore. Una porzione però fu da S.Elena mandata al suo figlio in Costantinopoli, e un altra spedita alla chiesa da lei fondata in Roma e che ora si conosce sotto il nome di Santa Croce di Gerusalemme, alla quale regalò anche il titolo della Croce. La parte più considerabile della Santa Croce, fu fatta chiudere da S.Elena in un astuccio d'argento e lasciata a Gerusalemme sotto la custodia del vescovo s. Macario che la depose nella magnifica chiesa costruita sul Santo Sepolcro.

Da tutte le parti concorsero sempre i fedeli a venerare si gran Reliquia, ed è pur rimarcabile il fatto che da San paolino è riferito nella sua lettera a Severo, cioè che per quanti pezzetti venissero staccati da essa, non veniva mai a scemarsi, riproducendosi a misura che veniva tagliata come fosse legno ancora vivo. S.Cirillo di Gerusalemme, che viveva 25 anni dopo la Invenzione della Santa Croce, protesta che dopo essersene distribuiti tanti pezzetti da trovarsene in ogni parte del mondo, la Croce era ancora della stessa grandezza e grossezza, come se non fosse mai stata toccata da alcuno, e paragonava questo fatto ai pani moltiplicati nel deserto per sfamare cinquemila persone.

Un piccolo appunto:
Chi volesse venerare le Reliquie della Vera Croce sappia che da Costantinopoli, furono portate a Venezia, prima durante la IV crociata nel 1204, poi dai profughi della città, invasa dai turchi nel 1453. Attualmente hanno la loro collocazione nell cappella delle reliquie, all'interno del tesoro di San Marco.
Altri due importanti frammenti della Croce sono in possesso: uno nella Scuola Grande di s. Giovanni Evangelista, come documentato anche dal celebre ciclo pittorico di Vittore Carapaccio, l'altra alle Gallerie dell'Accademia, dentro il magnifico reliquiario appartenuto al cardinale Bessarione.
Le spoglie mortali di s.Elena si trovano, sempre a Venezia, nella chiesa a lei dedicata.