QUICUMQUE VULT SALVUS ESSE, ANTE OMNIA OPUS EST, UT TENEAT CATHOLICAM FIDEM

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martedì 17 luglio 2012

Prendi la mia vita purché egli sia salvo!



Prendi la mia vita purché egli sia salvo! 

 È l'ora in cui a Lourdes gli ammalati dalle Piscine vengono riportati alle corsie dell'Asilo. Uno degli spettatori di questa scena impressionante, vera sfilata di miserie e di sofferenze atroci, è un miscredente.

Più di tutti gli ammalati attira la sua attenzione una giovanetta, per la serenità che le illumina il volto, sul quale però si leggono i segni della morte imminente. Pur attratto da un sentimento di sincera pietà, il miscredente, che finora ha deriso tutto come fanatismo religioso, vorrebbe la soddisfazione di raccogliere dalle labbra stesse della giovanetta la confessione del disinganno per la mancata guarigione.

 «Povera piccola, come devi soffrire! Se la tua Madonna fosse davvero così potente, avrebbe senz'altro dovuto guarirti. Se non l'ha fatto è perché non esiste». Alla bravata provocatrice ed insolente dell'incredulo, il volto della giovanetta, invece di mostrare la più piccola ombra di  disappunto, s'illumina tutto d'un sorriso meraviglioso. «Guarire? Ma io non ho mai domandato questo alla Madonna!». «Eppure, tu l'hai pregata tanto». «Certo, ed oggi più che mai. So che la Madonna ascolta sempre coloro che la invocano. Ed io sono sicura di essere esaudita. Io non conto nulla, l'ho pregata per un'anima da salvare».

E mentre la barella si allontana lentamente verso l'Asilo, la piccola malata continua a fissarlo con la dolce intelligenza d'una sfida o d'intesa per un appuntamento.
Dinanzi a quelle inverosimili parole, l'incredulo rimane sconcertato. Individuata la sala dove vien portata la giovanetta, nel pomeriggio si mette alla ricerca di lei. Barattata sulla soglia qualche parola con la suora di guardia, questa lo accompagna verso il letto, dove egli riconosce subito la fanciulla di poche ore  prima.

Quel corpicino è là, inerte, ma il volto ancora più pallido ha il fascino di una casta e trasfigurata bellezza. L'uomo fa per chinarsi sopra di lei, ma bruscamente si rialza col viso sconvolto.
«Morta?!». «Sì - gli risponde a voce bassa e con strana naturalezza la suora - poco prima che lei entrasse».

Gli occhi del visitatore si gonfiano improvvisamente di lacrime e fissano la morticina in un silenzio intenso e carico di commozione. Chi rompe questo silenzio è la suora: «È morta pronunciando queste parole: Nostra Signora di Lourdes, prendi la mia vita, perché egli sia salvo. Non ho nessun  dubbio che questa piccola debba aver fatto il voto di finire qui la sua dolorosa esistenza e di consumare il suo sacrificio per una persona che le è cara».

L'incredulo si sente preso dalle vertigini. Ma in questo smarrimento di sé, egli cade finalmente tra le braccia di Dio, che lo ha come travolto con la sua grazia. Due giorni appresso, nel piccolo corteo funebre, egli è là, che segue la bara, piangendo. È il suo tributo di grazie a colei che lo ha salvato.

 (Da R. Gaell, Sofferenza miracolosa, guida spirituale dell'ammalato a Lourdes)


domenica 15 luglio 2012

Festa del Redentore con il Patriarca Moraglia


Come secondo la tradizione vuole,  sabato 14 luglio 2012 - alle ore 19.00 e alla presenza di mons. Moraglia e delle autorità cittadine -  c'è stata l’apertura e l’inaugurazione ufficiale del ponte votivo che, attraverso il canale della Giudecca, conduce direttamente al Tempio del Redentore.
La bella immagine che resta è questo fiume di persone che partendo, possiamo dire, dalla Chiesa della Madonna della Salute, attraversando un ponte votivo, e simbolicamente un ponte verso il cielo, si raggiunge la bellissima Chiesa dedicata al Redentore: la Madre ci porta, ci conduce al Figlio.
La Festa del Redentore è l'evento che ricorda la costruzione per ordine del Senato veneziano (4 settembre 1576) della Chiesa del Redentore quale ex voto per la liberazione della città dalla peste del 1575-1577, flagello che provocò la morte di più di un terzo della popolazione della città in soli due anni.
Alla fine della pestilenza, nel luglio del 1577, si decise di festeggiare con decorrenza annuale la liberazione, con allestimento di un ponte votivo.
Questa celebrazione diventò così una tradizione ancora attiva e ancora dopo quasi cinque secoli, unica nel suo genere vede, ancora ben consolidato, il contributo e la collaborazione delle autorità civili con le autorità religiose per il bene della città.
Quest'anno è stata la prima volta del nuovo Patriarca, Francesco Moraglia, il quale si è trattenuto prima con le autorità in modo molto paterno, poi ha benedetto questo passaggio e guidato, condotto con tutti la processione e, dopo il discorso del sindaco volto a rafforzare la stretta collaborazione delle autorità civili con le autorità religiose per il bene dei cittadini, mons. Moraglia ha prima benedetto tutta la Città e poi davvero con due parole ispirate, ha invitato tutti ad entrare nella Chiesa del Redentore per sciogliere a Lui il nostro voto di fiducia, affinchè sconfigga le pesti che oggi ammorbano le nostre città. Non solo la disoccupazione, la crisi economica e quant'altro ci possa condurre all'aspetto materiale, ma anche a quella peste che ammorba ed esaspera gli animi, ponendo nel Redentore, Gesù Cristo Nostro Signore, la nostra speranza.

Seguono le foto che sono riuscita a fare, ringraziando il Signore per avermi dato l'opportunità di seguire così da vicino questa bella Tradizione della Chiesa e della città veneziana.




















venerdì 13 luglio 2012

Corona di 12 Stelle di san Montfort





TESTO ORIGINALE tratto da "Un segreto di felicità" Filotea mariana, Padre Francesco M. Avidano s.m.
nona ed. con tre imprimatur 1961 e 1962

Corona di Dodici Stelle
(di San Luigi Maria Grignon di Montfort dal : Trattato della vera devozione a Maria, n.225)

www.gloria.tv/?media=310643

Padre Poirè s.j. (sec. XVIII) scrisse un famoso libro "La triplice corona della Madre di Dio". Perchè triplice?
Il Papa porta una corona triplice, per significare la pienezza della sua missione regale, spirituale e temporale nella veste del Vicario di Cristo in terra. Con maggior comprensione doveva ricevere Maria gli onori di tal Triregno, per onorare in Lei, Madre della Chiesa, le tre qualità principali nelle quali si riassumono le sue grandezze: dignità, potenza e bontà, con le quali si spiegano i suoi interventi materni nel mondo fra gli uomini.
Ecco il diadema con cui il divoto Autore volle coronar la sua Regina e Madre. Il Montfort compose e diffuse questa coroncina che riassume, così, gli insegnamenti di tutta la Chiesa e dello stesso Poirè, completandola con una Preghiera che è un vero riassunto di tutta la sua dottrina mariana.

In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen
- Degnati di accettare le mie lodi, Vergine Santa;
- dammi la forza contro i tuoi nemici.

I - Corona di Dignità

Per onorare la dignità della Maternità divina di Maria; la sua Verginità ineffabile, la sua Purezza senza macchia alcuna, tutte le sue Virtù.
Gloria Patri et Filio et Spiritui Santo,
sicut erat in principio, et nunc, et semper,
et in saecula saeculorum. Amen
Pater Noster qui es in caelis: sanctificetur nomen tuum;
adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua, sicut in caelo et in terra.
Panem nostrum quotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra,
sicut et nos dimittimus debitoribus nostris; et ne nos inducas in tentationem, sed libera nos a malo. Amen.

1. Te felice Vergine Maria, che portasti nel Tuo seno il Creatore del mondo e, restando sempre vergine, generasti chi ti creò.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

2. Santa ed Immacolata Verginità di Maria! Io non so con quali lodi onorarti degnamente, poichè Tu portasti nel tuo grembo Colui che i cieli stessi non possono contenere.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

3. Tutta bella Tu sei, o Vergine Maria, nè alcuna macchia è in Te.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

4. Le doti, o Vergine, con le quali Ti ha incoronata l'Altissimo, in Te son più che le stelle nel cielo.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

II - Corona di potenza
Per onorare nella Vergine Santa la regale autorità del Divin Figlio, la munificenza, l'intercessione di Maria e la forza del Suo governo a chi a Lei ricorre.
Gloria Patri et Filio et Spiritui Santo....
Pater Noster qui es in caelis....

5. Gloria a Te, o Regina dell'Universo. Degnati di condurci con Te ai gaudi del Cielo!
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

6. Gloria a Te, Tesoriera delle grazie del Signore! Fa parte anche a noi delle tue ricchezze.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

7. Gloria a Te, Avvocata tra Dio e noi miseri peccatori. Rendi a noi propizio il giudizio dell'Onnipotente.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

8. Gloria a Te, Debellatrice di ogni eresia e dei demoni. Sii per noi guida e maestra della retta via.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!


III - Corona di Bontà

Per onorare ed invocare la misericordia di Maria verso noi miseri peccatori, e per la conversione di tutti i peccatori, bontà verso i diseredati, verso i perseguitati, verso i bisognosi, misericordia per i moribondi.
Gloria Patri et Filio et Spiritui Santo....
Pater Noster qui es in caelis....

9. Gloria a Te, Rifugio dei peccatori! Intercedi per noi presso il Signore, specialmente per le cause impossibili.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

10. Gloria a Te, Madre degli orfani, consolatrice di ogni lutto e vedovanza! Rendici proprizio il Padre Nostro che è nei Cieli.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

11. Gloria a Te, Letizia dei giusti e dei perseguitati! Rendici propizia la giustizia Divina per il gaudio eterno.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

12. Gloria a Te, in vita ed in morte o Ausiliatrice sempre presente delle cause nostre! Portaci con Te in Paradiso, e fa che i nostri nemici restino confusi e riconoscano la potenza del nostro Dio.
Ave Maria gratia plena, Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.
- Rallegrati, o Vergine Maria;
- Mille volte rallegrati!

Gloria Patri et Filio et Spiritui Santo....

Preghiamo
Ave o Maria, Figlia di Dio Padre; Ave o Maria, Madre di Dio Figlio; Ave o Maria, Sposa dello Spirito Santo; Ave o Maria, Tempio glorioso della Santissima Trinità.
Ave o Maria, ripeto dal profondo del cuore, Signora mia, tesoro mio, bellezza mia, Regina del mio povero cuore, Madre amatissima, vita e dolcezza, speranza mia carissima: Totus tuus ego sum, et omnia mea tua sunt. [...] Accipio te in mea omnia, praebe mihi cor tuum, o Maria... Sono tutto tuo, e tutto ciò che è mio è tuo. [...] Ti accolgo in tutto me stesso, offrimi il cuore tuo, Maria.
Sia dunque in me l'anima Tua per magnificare il Signore; sia in me il Tuo spirito per rallegrarsi in Dio, mio Salvatore.
Poiniti, o Vergine fedele, qual sigillo sopra il cuore mio, affinché in Te e per te io sia trovato fedele a Dio, Divin Giudice dell'anima mia.
Degnati ammettermi, per Tua bontà, fra coloro che Tu ami, istruisci, dirigi, nutri, proteggi e correggi qual figli Tuoi; e fa che, disprezzando per amor Tuo ogni bene terreno, aspiri incessantemente ai beni celesti, sino a che per mezzo dello Spirito Santo, fedelissimo Sposo del purissomo corpo ed anima Tua, sia formato in me Gesù Cristo Figliuolo Tuo amatissimo, alla gloria del Divin Padre, per l'eternità.
Così sia.

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Video e audio a cura del:
Movimento Domenicano del Rosario

www.sulrosario.org
info@sulrosario.org

venerdì 29 giugno 2012

Santa Messa e nuova evangelizzazione

Attualità e riflessioni

Rito della Messa: Forma straordinaria e nuova evangelizzazione



L’articolo che segue, di Mons. Athanasius Schneider, il vescovo autore di Sua Eccellenza il vescovo Athanasius SchneiderDominus est“, è stato pubblicato sull’edizione dell’estate 2012 di “The Latin Mass“. Il vescovo Schneider esamina i punti di rottura tra la liturgia preconciliare e postconciliare considerandoli vere e proprie “piaghe liturgiche”, anche perché, per la maggior parte, non sono nemmeno previste dala Sacrosanctum Concilium. Propone anche il ristabilimento di un minimo di continuità, che considera condizione imprescindibile per la nuova evangelizzazione, vista la corrispondenza tra lex orandi e lex credendi.
Rito della Messa: Forma straordinaria e nuova evangelizzazione.
 S. Ecc. Mons. Athanasius Schneider

Volgendo lo sguardo verso Cristo
Per parlare correttamente di nuova evangelizzazione, è necessario in primo luogo a volgere lo sguardo verso Colui che è il vero evangelizzatore, cioè Nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, il Verbo di Dio fatto Uomo. Il Figlio di Dio venne su questa terra per espiare e riparare il più grande peccato, il peccato per eccellenza. E questo peccato, il peccato per eccellenza dell’umanità, consiste nel rifiuto di adorare Dio e nel rifiuto di mantenere per lui il primo posto, il posto d’onore. Questo peccato da parte dell’uomo consiste nel non prestare attenzione a Dio, non avendo più il senso della convenienza delle cose, o anche il senso dei dettagli relativi a Dio e dell’adorazione che gli è dovuta, nel non voler vedere Dio, e nel non voler a inginocchiarsi davanti a Dio.
Per chi ha un tale atteggiamento, l’incarnazione di Dio è una fonte di imbarazzo e di conseguenza anche la presenza reale di Dio nel mistero eucaristico è motivo di imbarazzo, come lo è la centralità della presenza eucaristica di Dio nelle nostre chiese. Infatti l’uomo peccatore vuole il centro della scena per se stesso, sia all’interno della Chiesa che durante la celebrazione eucaristica. Vuole essere visto, per farsi notare.
 Per questo motivo Gesù Eucaristia, Dio incarnato, presente nel tabernacolo sotto la forma eucaristica, viene messo da parte. Anche la rappresentazione del Crocifisso sulla croce in mezzo all’altare durante la celebrazione verso il popolo è un imbarazzo, perché potrebbe nascondere il volto del sacerdote. Pertanto, l’immagine del Crocifisso al centro dell’altare, così come Gesù Eucaristia nel tabernacolo nel centro dell’altare, è un imbarazzo. Di conseguenza, la croce e il tabernacolo sono spostati a lato. Durante la messa, l’assemblea deve essere in grado di vedere il volto del sacerdote in ogni momento, e lui si diverte a mettersi letteralmente al centro della casa di Dio… E se per caso Gesù, realmente presente a noi nella Santissima Eucaristia, è ancora lasciato nel suo tabernacolo al centro dell’altare perché il Ministero di monumenti storici, anche in un regime ateo, ha proibito il suo spostamento per la conservazione del patrimonio artistico, il prete, spesso, durante tutta la celebrazione eucaristica, non si fa scrupolo di voltargli le spalle.
Quante volte gli adoratori di Cristo buoni e fedeli, piangendo, hanno gridato, nella loro semplicità e umiltà: “Dio ti benedica, Ministero dei monumenti storici! Almeno ci hanno lasciato Gesù al centro della nostra chiesa “.

La Messa è destinata a dare gloria a Dio, non agli uomini
Solo sulla base dell’adorazione e della glorificazione di Dio la Chiesa può adeguatamente proclamare la parola di verità, vale a dire evangelizzare. Prima che il mondo abbia mai sentito Gesù, il Verbo eterno fatto carne, predicare e annunciare il Regno, Egli ha adorato in silenzio per trenta anni. Questa rimane sempre la legge per la vita della Chiesa e la sua azione, nonché per tutti gli evangelizzatori. “Dal modo in cui viene trattata la liturgia si decide il destino della fede e della Chiesa”, ha detto il cardinale Ratzinger, il nostro attuale Santo Padre Benedetto XVI. Il Concilio Vaticano II ha voluto ricordare alla Chiesa quale realtà e quali azioni sarebbero dovute essere al primo posto nella sua vita.
Per questa ragione la prima parte degli atti del Concilio è stata dedicata alla liturgia. Il Concilio ci dà i seguenti principi: nella Chiesa, e quindi nella liturgia, l’uomo deve essere orientato verso il divino ed essere subordinato ad esso, allo stesso modo il visibile in relazione l’invisibile, l’azione in relazione alla contemplazione, la città presente in relazione a quella futura, a cui aspiriamo (vedi Sacrosanctum Concilium, 2). Secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II nostra liturgia terrena partecipa in anticipo alla liturgia celeste della città santa di Gerusalemme (ibid., 2).
Tutto ciò che riguarda la liturgia della Santa Messa, vale a dire le preghiere di adorazione, di ringraziamento, di espiazione e di petizione che il sommo ed eterno Sacerdote ha presentato al Padre, deve quindi servire a esprimere chiaramente la realtà del sacrificio di Cristo.

La forma straordinaria e la nuova evangelizzazione
Il rito e ogni dettaglio del Santo Sacrificio della Messa deve incentrarsi sulla glorificazione e adorazione di Dio, insistendo sulla centralità della presenza di Cristo, sia nel segno e la rappresentazione del Crocifisso, sia nella sua presenza eucaristica nel tabernacolo, e in particolare al momento della Consacrazione e della Santa Comunione. Più questo è rispettato, meno l’uomo è protagonista nella celebrazione, e tanto meno la celebrazione appare come un cerchio chiuso in se stesso; piuttosto [è un cerchio] aperto a Cristo e avanza verso di lui come in un corteo, con il sacerdote alla sua testa; come una processione liturgica ha il pregio di rispecchiare il sacrificio di adorazione di Cristo crocifisso; i frutti derivanti dalla glorificazione di Dio e ricevuti nelle anime dei presenti saranno più ricchi; Dio li onorerà di più.
Quanto più il sacerdote e i fedeli, nelle celebrazioni eucaristiche, cercano sinceramente la gloria di Dio piuttosto che quella degli uomini e non cercano di ricevere la gloria gli uni dagli altri, più Dio li considererà, concedendo che le loro anime possano partecipare più intensamente e con frutto alla gloria e all’onore della sua vita divina.
Oggi, in vari luoghi della terra, ci sono molte celebrazioni della Santa Messa che, si potrebbe dire, rappresentano un inversione del Salmo 113:9: “Non a te, o Signore, ma al nostro nome dà gloria” [chissà che cosa ne direbbe il Card. Siri! n. d. t.]. A tali celebrazioni si riferiscono le parole di Gesù: “Come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?” (Gv 5:44).

I sei principi della riforma liturgica
Il Concilio Vaticano II stabilì i seguenti principi in merito a una riforma liturgica:
1. Durante la celebrazione liturgica, l’umano, il temporale, e l’azione devono essere diretti verso il divino, l’eterno, e la contemplazione, il ruolo dei primi deve essere subordinato a questi ultimi (Sacrosanctum Concilium, 2).
2. Durante la celebrazione liturgica, dovrà essere incoraggiata la consapevolezza che la liturgia terrena partecipa alla liturgia celeste (Sacrosanctum Concilium, 8).
3. Non ci deve essere assolutamente alcuna innovazione; quindi nessuna nuova creazione dei riti liturgici, in particolare nel rito della Messa, se non per un guadagno vero e certo per la Chiesa, e a condizione che tutto sia fatto con prudenza e, se ciò è garantito, che nuove forme sostituiscano organicamente quelle esistenti (Sacrosanctum Concilium, 23).
4. Il rito della Messa deve essere tale che il sacro sia affrontato in modo più esplicito (Sacrosanctum Concilium, 21).
5. Il latino deve essere conservato nella liturgia, soprattutto alla Santa Messa (Sacrosanctum Concilium, 36 e 54).
6. Il canto gregoriano ha un posto d’onore nella liturgia (Sacrosanctum Concilium, 116).
I Padri conciliari hanno visto le loro proposte di riforma come la continuazione della riforma di san Pio X (Sacrosanctum Concilium 112 e 117) e del servo di Dio Pio XII, anzi, nella Costituzione liturgica, l’Enciclica Mediator Dei di Pio XII è quella citata più spesso.
Tra le altre cose, il Papa Pio XII ha lasciato alla Chiesa un importante principio della dottrina riguardante la Santa Liturgia, vale a dire la condanna di quello che viene chiamato archeologismo liturgico, le cui proposte sono in gran parte sovrapponibili a quelle del sinodo giansenista e tendente al protestantesimo di Pistoia (vedi Mediator Dei, 63-64).

È un dato di fatto che richiamino alla mente il pensiero teologico di Martin Lutero.
Per questa ragione, il Concilio di Trento aveva già condannato le idee liturgiche protestanti, in particolare l’enfasi esagerata sulla nozione di banchetto nella celebrazione eucaristica a scapito del suo carattere sacrificale e la soppressione di segni univoci di sacralità come espressione del mistero della liturgia (Concilio di Trento, sessione 22).
Le dichiarazioni dottrinali del Magistero sulla liturgia, in questo caso quelle del Concilio di Trento e dell’ enciclica Mediator Dei e che si riflettono in una prassi liturgica secolare, o addirittura millenaria, queste dichiarazioni, dico, formano una parte di quell’elemento della Santa Tradizione che non si può abbandonare senza incorrere in gravi danni spirituali. Il Vaticano II ha confermato queste dichiarazioni dottrinali sulla liturgia, come si può vedere leggendo i principi generali del culto divino nella Costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium.
Come esempio di errore nel pensiero e nella prassi liturgica, Papa Pio XII cita la proposta di dare all’altare la forma di un tavolo (Mediator Dei 62).
Se già Papa Pio XII rifiutò l’altare a forma di tavolo , si può immaginare quanto più egli avrebbe rifiutato la proposta per una celebrazione attorno a un tavolo versus populum!
Quando la Sacrosanctum Concilium (n. 2) insegna che, nella liturgia, la contemplazione ha la priorità e che tutta la celebrazione deve essere orientata ai misteri celesti (ibid. 2 e 8), riecheggia fedelmente la seguente dichiarazione del Concilio di Trento: “E perché la natura umana è tale, che non facilmente viene tratta alla meditazione delle cose divine senza piccoli accorgimenti esteriori, per questa ragione la chiesa, pia madre, ha stabilito alcuni riti, che cioè, qualche tratto nella messa, sia pronunziato a voce bassa, qualche altro a voce più alta. Ha stabilito, similmente, delle cerimonie, come le benedizioni mistiche; usa i lumi, gli incensi, le vesti e molti altri elementi trasmessi dall’insegnamento e dalla tradizione apostolica, con cui venga messa in evidenza la maestà di un sacrificio così grande, e le menti dei fedeli siano attratte da questi segni visibili della religione e della pietà, alla contemplazione delle altissime cose, che sono nascoste in questo sacrificio.“(Sessione 25, capitolo 5).
Gli insegnamenti magisteriali della Chiesa citati sopra, in particolare la Mediator Dei, erano certamente riconosciuti come pienamente valida dai Padri del Concilio. Pertanto essi devono continuare ad essere pienamente validi per tutti i figli della Chiesa anche oggi.

Le cinque piaghe del Corpo mistico di Cristo liturgico
Nella lettera a tutti i vescovi della Chiesa cattolica che Benedetto XVI ha inviato il 7 luglio 2007 con il Motu Proprio Summorum Pontificum, il Papa ha fatto la seguente importante dichiarazione: “Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni precedenti era sacro, resta sacro e grande anche per noi.” Nel dire questo, il Papa ha espresso il principio fondamentale della liturgia che hanno insegnato il Concilio di Trento, Papa Pio XII e il Concilio Vaticano II.
Guardando senza pregiudizi e obiettivamente la prassi liturgica della stragrande maggioranza delle chiese di tutto il mondo cattolico in cui viene utilizzata la forma ordinaria del rito romano, nessuno può onestamente negare che i sei principi liturgici del Vaticano II siano costantemente violati, o quasi, nonostante l’affermazione erronea che questa sia la prassi liturgica voluta dal Vaticano II. Ci sono un certo numero di aspetti concreti della prassi liturgica attualmente prevalente nel rito ordinario che rappresentano una rottura vera e propria rispetto ad una pratica liturgica costante e millenaria. Con questo intendo le cinque pratiche liturgiche che citerò a breve, che possono essere definite le cinque piaghe del corpo mistico liturgico di Cristo. Si tratta di ferite, perché costituiscono una rottura violenta con il passato in quanto minimizzano il carattere sacrificale (che in realtà è il carattere centrale ed essenziale della Messa) e propongono l’idea del banchetto. Tutto questo riduce i segni esteriori di adorazione divina, perché mette in evidenza in misura molto minore la dimensione celeste ed eterna del mistero.
Ora le cinque ferite (tranne per le nuove preghiere dell’Offertorio) sono quelli che non sono previsti nella forma ordinaria del rito della Messa, ma sono stati portati in esso attraverso la pratica di una moda deplorevole.

A) La prima e più ovvia ferita è la celebrazione del Sacrificio della Messa in cui il sacerdote celebra con la faccia rivolta verso i fedeli, soprattutto durante la preghiera eucaristica e la consacrazione, il momento più alto e più sacro del culto che è dovuto a Dio. Questa forma esteriore corrisponde, per sua stessa natura, più che altro al modo in cui si insegna in una classe o si condivide un pasto. Siamo in un circolo chiuso. E questa forma assolutamente non è conforme al momento della preghiera, meno ancora a quella di adorazione. Eppure il Vaticano II non ha voluto affatto questa forma, né la stessa è mai stata raccomandata dal Magistero dei Papi dopo il Concilio.
Papa Benedetto XVI ha scritto nella prefazione al primo volume delle sue opere raccolte: “L’idea che il sacerdote e il popolo in preghiera devono guardarsi l’un l’altro reciprocamente è nata solo in età moderna ed è completamente estranea al cristianesimo antico. Infatti, il sacerdote e il popolo non affrontano la loro preghiera gli uni verso gli altri, ma insieme la rivolgono all’unico Signore. Per questo motivo, nella preghiera, guardano nella stessa direzione: o verso Oriente come simbolo cosmico del ritorno del Signore, o, dove questo non fosse possibile, verso una immagine di Cristo nell’abside, verso una croce, o semplicemente verso l’alto“.
La forma di celebrazione in cui tutti volgono il loro sguardo nella stessa direzione (Conversi ad orientem, ad Crucem, ad Dominum) è anche menzionata nelle rubriche del nuovo rito della Messa (cfr. Ordo Missae, 25, 133, 134). La cosiddetta celebrazione versus populum non corrisponde certo all’idea della Santa Liturgia come indicato nella dichiarazione della Sacrosanctum Concilium, 2 e 8.
B) La seconda ferita è la comunione nella mano, che ora è diffusa in quasi tutto il mondo. Non solo questo modo di ricevere la comunione non è in alcun modo menzionato dai Padri del Concilio Vaticano II, ma è stato in realtà introdotto da un certo numero di vescovi in disobbedienza alla Santa Sede e nonostante il voto a maggioranza negativo dai vescovi nel 1968. Papa Paolo VI la legittimò solo più tardi, a malincuore, e in particolari condizioni.
Papa Benedetto XVI, dal Corpus Christi 2008, distribuisce la Comunione ai fedeli in ginocchio e sulla lingua, sia a Roma che in tutte le chiese locali che visita. E così sta mostrando a tutta la Chiesa un chiaro esempio di Magistero pratico in una questione liturgica. Poiché la maggioranza qualificata dei vescovi rifiutò la Comunione nella mano come qualcosa di nocivo tre anni dopo il Concilio, tanto più lo avrebbero fattoi Padri conciliari!
C) La ferita è rappresentata dalle nuove preghiere di Offertorio. Si tratta di una creazione del tutto nuova e non erano mai state utilizzate nella Chiesa. Esse non esprimono tanto il mistero del sacrificio della Croce quanto l’evento di un banchetto e in tal modo ricordano le preghiere del pasto del sabato ebraico. Nella tradizione più che millenaria della Chiesa, in Oriente e in Occidente, le preghiere Offertorio sono sempre stati espressamente orientate al mistero del sacrificio della Croce (cfr. ad esempio Paul Tirot, Histoire des Prières d’Offertoire dans la liturgie romaine du VIIème XVIème au siècle [Roma, 1985]). Non vi è dubbio che una tale creazione, assolutamente nuova contraddice la chiara formulazione del Concilio Vaticano II che afferma: “novità ne fiant. . . novae formae ex Formis iam exstantibus organice crescant “(Sacrosanctum Concilium, 23).
D) La quarta ferita è la totale scomparsa del latino nella stragrande maggioranza delle celebrazioni eucaristiche nella forma ordinaria in tutti i paesi cattolici. Si tratta di una infrazione diretta contro le decisioni del Concilio Vaticano II.
E) La quinta ferita è l’esercizio da parte delle donne dei servizi liturgici di lettore e di accolito, come pure l’esercizio di questi stessi servizi in abiti laici, quando, durante la Santa Messa entrano nel coro direttamente dallo spazio riservato ai fedeli. Questa usanza non è mai esistita nella Chiesa, o almeno non è mai stato la benvenuta. Essa conferisce la celebrazione della Messa cattolica il carattere esterno di informalità, il carattere e lo stile di un gruppo piuttosto profano. Il Concilio di Nicea, già nel 787, proibiva tali pratiche quando ha stabilito il canone seguente: “Se qualcuno non è ordinato, non è consentito per lui a fare la lettura dall’ambone durante la santa liturgia” (can. 14 ). Questa norma è stata costantemente seguita nella Chiesa. Solo i suddiaconi e i lettori sono stati autorizzati a fare la lettura durante la liturgia della Messa. Se lettori e accoliti non sono presenti, uomini o ragazzi con i paramenti liturgici possono farlo, non le donne, dal momento che il sesso maschile rappresenta simbolicamente l’ultimo anello di ordini minori dal punto di vista dell’ordinazione non sacramentale di lettori e accoliti.
I testi del Vaticano II non parlano della soppressione degli ordini minori e del suddiaconato o dell’introduzione di nuovi ministeri. Nella Sacrosanctum Concilium, al n. 28, il Concilio distingue il ministro dal fedele durante la celebrazione liturgica, e stabilisce che ciascuno può fare solo ciò che gli compete per la natura della liturgia. Il numero 29 menziona i ministrantes, cioè i chierichetti che non sono stati ordinati. In contrasto con loro, ci sono, in linea con i termini giuridici in uso in quel tempo, i Ministri, vale a dire coloro che hanno ricevuto un ordine, sia esso maggiore o minore.

Il Motu Proprio: Come porre fine alla rottura nella Liturgia
Nel Motu Proprio Summorum Pontificum, Papa Benedetto XVI stabilisce che le due forme del rito romano devono essere considerate e trattate con lo stesso rispetto, perché la Chiesa rimane la stessa prima e dopo il Concilio. Nella lettera di accompagnamento del Motu Proprio, il Papa vuole le che due forme si arricchiscano reciprocamente.
Inoltre egli auspica che la nuova forma “sia in grado di dimostrare, più chiaramente di quanto non sia avvenuto finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso“.
Quattro delle ferite liturgiche, o pratiche sfortunate (celebrazione versus populum, comunione nella mano, totale abbandono del latino e del canto gregoriano, e intervento delle donne per il servizio di lettore e di accolito), non hanno in sé e per sé nulla a che fare con la forma ordinaria della Messa ed inoltre sono in contraddizione con i principi liturgica del Vaticano II. Se fossero abolite queste pratiche si tornerebbe al vero insegnamento del Concilio Vaticano II. E poi, le due forme del rito romano, verrebbero ad essere considerate assai più vicine, e così la forma straordinaria e la nuova evangelizzazione poiché, almeno esternamente, non si parlerebbe di alcuna rottura né apparirebbe alcuna rottura nella Chiesa tra il pre e il postconcilio.
Per quanto riguarda le nuove preghiere dell’Offertorio, sarebbe auspicabile che la Santa Sede le sostituisse con le preghiere corrispondenti della forma straordinaria, o almeno consentisse l’uso di quest’ultimo ad libitum. In questo modo la rottura tra le due forme sarebbe evitata non solo esternamente ma anche internamente. La rottura nella liturgia è proprio ciò che i Padri conciliari non volevano. I verbali del Concilio attestano questo, perché nel corso dei duemila anni di storia della liturgia, non c’è mai stata una rottura liturgica e, di conseguenza, non ci può essere. D’altra parte deve esserci continuità, così come si conviene per il Magistero.
Le cinque piaghe del corpo liturgico della Chiesa che ho menzionato gridano per la guarigione. Esse rappresentano una rottura che si può confrontare con l’esilio ad Avignone.
La situazione di una rottura così forte in un’espressione della vita della Chiesa è ben lungi dall’essere irrilevante, allora con l’assenza dei papi da Roma, oggi lcon a rottura visibile tra la liturgia prima e dopo il Concilio. Questa situazione grida in effetti, per la guarigione. Per questo motivo abbiamo bisogno di nuovi santi oggi, di una o più Sante Caterina di Siena.
Abbiamo bisogno di vox populi fidelis che richiedano la soppressione di questa rottura liturgica. La tragedia in tutto questo è che, oggi come i nel tempo dell’esilio di Avignone, la grande maggioranza del clero, soprattutto nei suoi ranghi più alti, è contenta di questa rottura.
Prima che ci si possano aspettare frutti efficaci e duraturi dalla nuova evangelizzazione, deve avere corso all’interno della Chiesa un processo di conversione. Come possiamo chiamare gli altri alla conversione quando, tra coloro che hanno risposto alla vocazione, non si è ancora verificata una convincente conversione nei confronti di Dio, internamente o esternamente? Il sacrificio della Messa, il sacrificio di adorazione di Cristo, il più grande mistero della Fede, l’atto più sublime di adorazione si celebra in un circolo chiuso, in cui le persone si cercano a vicenda.
Quello che manca è la conversio ad Dominum. È necessaria, anche esternamente e fisicamente, dal momento che nella liturgia Cristo è trattata come se non fosse Dio, e non Gli sono rivolti chiari segni esteriori dell’adorazione che è dovuta a Dio solo, perché i fedeli ricevono la Santa Comunione in piedi e, per giunta, la prendono in mano come un qualsiasi altro alimento, l’afferrano con le dita e la portano in bocca. Vi è qui una sorta di arianesimo o semi-arianesimo eucaristico.
Una delle condizioni necessarie per una nuova e fruttuosa evangelizzazione sarebbe la testimonianza di tutta la Chiesa nel culto liturgico pubblico. Dovrebbero essere osservati almeno questi due aspetti del culto divino:
1) Che la Santa Messa sia celebrata in tutto il mondo, anche in forma ordinaria, in una conversio ad Dominum interna e quindi necessariamente anche esterna .
2) Che i fedeli si inginocchino davanti a Cristo al momento della Santa Comunione, come san Paolo chiede quando si fa menzione del nome o della persona di Cristo (Fil 2,10), e che lo ricevano con l’amore più grande e il più grande rispetto possibile, come si addice a Lui come Dio vero.

Grazie a Dio, Benedetto XVI ha preso due misure concrete per avviare il processo di un ritorno dall’esilio di Avignone della liturgia, cioè, il Motu Proprio Summorum Pontificum e la reintroduzione del tradizionale rito della Comunione.
Vi è ancora bisogno di molte preghiere e forse di una nuovo santa Caterina da Siena per le altre misure da adottare al fine di guarire le cinque piaghe sul corpo liturgico e mistico della Chiesa e perché Dio sia venerato nella liturgia con quell’amore, quel rispetto, quel senso del sublime che da sempre sono le caratteristiche della Chiesa e del suo insegnamento, in particolare nel Concilio di Trento, nell’enciclica Mediator Dei di Papa Pio XII, nella Costituzione Sacrosanctum Concilium del Vaticano II e nella teologia della liturgia di Papa Benedetto XVI, nel suo magistero liturgico, e nel Motu proprio di cui sopra.

Nessuno può evangelizzare a meno che non abbia adorato, o meglio ancora a meno che non adori costantemente e doni Dio, Cristo nell’Eucaristia, vera priorità nel suo modo di celebrare e in tutta la sua vita. Infatti, per citare il cardinale Joseph Ratzinger: “E’ nel trattamento della liturgia che si decide il destino della fede e della Chiesa.

da “The Latin Mass Magazine” vol. 21 n. 2, estate 2012.

lunedì 11 giugno 2012

Il suono delle Campane a Venezia


 
http://www.camperisti.it/b/russia71/campane.jpg
 
 
PATRIARCATO DI VENEZIA
Prot. 178/12
Il significato del suono delle campane
è delineato dal n. 1455 del “Benedizionale”:


«Risale all'antichità l'uso di ricorrere a segni o a suoni particolari per convocare il popolo
cristiano alla celebrazione liturgica comunitaria per informarlo sugli avvenimenti più
importanti della comunità locale, per richiamare nel corso della giornata a momenti di
preghiera, specialmente al triplice saluto alla Vergine Maria. La voce delle campane esprime dunque in certo qual modo i sentimenti del popolo di Dio quando esulta e quando piange, quando rende grazie o eleva suppliche, e quando, riunendosi nello stesso luogo, manifesta il mistero della sua unità in Cristo Signore».

Da tempo immemorabile l’uso delle campane è espressione cultuale della comunità
ecclesiale, strumento di richiamo per le celebrazioni liturgiche e per altre manifestazioni della pietà popolare, nonché segno che caratterizza momenti significativi della vita della comunità cristiana e di singoli fedeli. Esso rientra nell’ambito della libertà religiosa, secondo la concezione propria della Chiesa cattolica e gli accordi da essa stipulati con la Repubblica italiana. Come tale, la Chiesa intende tutelarlo e disciplinarlo in modo esclusivo, con attenzione alle odierne condizioni sociali.

Il Patriarcato di Venezia già con la cost. 468 del Sinodo diocesano del 1957 e con una
lettera circolare del Vicario generale del maggio 1961 si era dato delle disposizioni
prudenziali circa il suono della campane, ora, però, considerate le esigenze e i ritmi della vita, si ritiene opportuno emanare una normativa più dettagliata affinché un uso così caro al nostro popolo, che deve essere fonte di serenità e strumento di spiritualità, non diventi al contrario, se non adeguatamente regolato, causa obiettiva di molestia e disagio.

Pertanto, con il presente Decreto
STABILISCO

che tutte le chiese che si trovano nel territorio del Comune di Venezia
si attengano alle seguenti disposizioni:

1. Il suono delle campane è consentito per i seguenti scopi:
- indicare le celebrazioni liturgiche e le altre manifestazioni di preghiera e di pietà
popolare;
- essere segno, in particolari circostanze, che accompagna le suddette celebrazioni;
- scandire i momenti più importanti della vita della comunità cristiana (feste, lutti,
ecc.);
- richiamare al mattino, a mezzogiorno e alla sera il saluto a Maria;
- ricordare, ove se ne è conservato l’uso, la passione e morte del Signore ogni venerdì
non festivo alle ore 15,00 (eccetto il Venerdì Santo).
Altri utilizzi potranno essere richiesti e consentiti, in via eccezionale, da parte dell’Ordinario diocesano.

2. Il suono delle campane, per gli scopi sopra indicati, è consentito:
- nei giorni feriali dalle ore 7,00 alle ore 21,30;
- nei giorni festivi dalle ore 8,00 alle ore 21,30. Ove si celebra una S. Messa alle ore
8,00 è permesso il “sonello” di invito alla celebrazione, purché non suoni prima delle
7,45.
Costituiscono eccezioni la Veglia pasquale e la Notte di Natale.

3. Gli orari indicati nel n. 2 devono essere rispettati anche per gli eventuali rintocchi
dell’orologio campanario, qualora il suo utilizzo sia di competenza della parrocchia o di altro ente ecclesiastico a cui spetta l’ufficiatura dell’edificio di culto. I rintocchi dovranno scandire soltanto le ore, e non essere ripetuti.

4. La durata del suono effettivo per l’avviso delle celebrazioni liturgiche feriali e festive non deve mai superare i 3 minuti, con eccezione delle maggiori solennità (Pasqua, Pentecoste, Natale, Patrono).
L’avviso delle celebrazioni liturgiche feriali sia soltanto uno (30 o 15 minuti prima dell’inizio delle stesse, secondo la consuetudine locale), due per quelle festive (anche 5 minuti prima del loro inizio).
La durata del suono per altri scopi (per l’Angelus o in occasione di particolari solennità, della festa patronale, della morte di un fedele, ecc.), non deve comunque superare quella
tradizionale ed essere ispirata a criteri di moderazione.

5. L’intensità del suono – a maggior ragione in caso di impianti elettronici – deve essere
regolata in modo tale che le campane mantengano la funzione di segno (siano quindi
percepibili da parte dei fedeli), con attenzione al contesto ambientale in cui l’edificio di culto è inserito.

6. Unici responsabili, di fronte al Patriarca e alla legge civile, sono i Parroci o i legali
rappresentanti degli altri enti ecclesiastici a cui spetta l’ufficiatura dell’edificio di culto.

7. Il suono delle campane del campanile della Basilica di San Marco, data la sua peculiarità, continua ad essere regolato da norme speciali.

Le presenti disposizioni vengano pubblicate sul settimanale diocesano e comunicate
tempestivamente a tutti i parroci e rettori di chiese interessati. Esse entreranno in vigore alle ore 0,01 del 24 giugno 2012.
Nonostante qualsiasi cosa in contrario.
Venezia, 9 giugno 2012
Firmato + Francesco Moraglia
Patriarca di Venezia

giovedì 31 maggio 2012

Cosa fare quando la terra trema?





da: Storia dei Papi Roma 1962 Vol. 15
Pagg. 375-379
(...) Perché anche disastri naturali della peggiore specie diffusero tra la popolazione angoscia e spavento. (...) I disastri dovevano essere per la città eterna solo il preludio di altri guai. La sera del 14 gennaio 1703 Roma venne scossa da un terremoto accompagnato da torrenti d'acque e da bufere. La scossa fu breve, ma molto violenta e le campane delle chiese suonarono da se.

Suonò anche Il campanello del tavolo del Papa che da quel momento sentiva Il rapporto del segretario dei memoriali. Clemente corse nella sua cappella dove si trovavano molti dei suoi familiari per confessarsi. Anche nelle altre chiese della città si radunarono a pregare molti cittadini di ogni classe. Il giorno seguente Il Papa scese due ore prima della levata del sole in San Pietro ove disse Messa in presenza di una grande folla. Poi convocò i cardinali in un concistoro e li esortò a placare l'ira di Dio con esercizi di penitenza.

In Roma dove persino edifici assai solidi mostravano delle crepe, lo spavento fu così grande che molti, nonostante le piogge, passavano le notti in capanne nella campagna o nelle carrozze. Giunse presto notizia dei gravi danni causati dal terremoto in molte località dello Stato Pontificio e specialmente in Norcia, Spoleto, Rieti ed Urbino.
Il Papa mandò colà copiosi aiuti. Nuove e minori scosse di terremoto seguirono quando il Papa il 16 gennaio si recò in Laterano, promulgò un'indulgenza e ordinò processioni rogatorie.

Oggi, scrive il conte Lamberg nel suo Diario, tutti sono confessati, hanno fatto digiuno e sono andati in San Pietro, una tale ressa non si è vista mai, nemmeno nell'Anno Santo. Le commedie e le mascherate del carnevale vennero proibite ed invece di questi blockertimenti Il Papa ordinò missioni popolari che furono assai frequentate.
Il terremoto, dice un contemporaneo, fu un grande predicatore. Il 26 di gennaio Clemente XI visitò le 4 chiese principali ed in San Pietro ascoltò egli stesso le confessioni.

Le processioni rogatorie che nei giorni seguenti attraversarono la città, furono ripetute anche dopo il 29, poiché vi potessero partecipare tutti. Per rimediare più completamente ai danni materiali il Papa istituì una congregazione speciale. Nel giorno della Purificazione di Maria Santissima ebbe luogo anche nella Sistina la solita benedizione dei ceri. Nel bel mezzo della cerimonia alle 9 del mattino si fece sentire il terremoto così violento che tutti i presenti scapparono.
Solo il Papa mantenne la sua calma e si prostrò ai piedi dell'altare. Di poi si recò a pregare nella Chiesa di San Pietro, benché si annunciasse che anche là avevano vacillato le colonne del tabernacolo berniniano ed erano caduti calcinacci dalla Cupola.

Nel pomeriggio egli visitò la Scala Santa presso il Vaticano. I danni cagionati dalla scossa di terremoto del 2 febbraio furono notevoli in tutta la città. Particolarmente dovette soffrire la chiesa di San Lorenzo. Del Colosseo crollarono tre archi del secondo anello e le pietre vennero usufruite per costruire il porto di Ripetta. Anche nella Basilica di San Pietro, nel Vaticano e nel Quirinale si rivelarono dei crepacci. Fontava calcolava le spese per le riparazioni necessarie in 700 mila scudi. Nella notte dal 2 al 3 febbraio i romani, già agitatissimi, furono presi di nuovo dalla grande paura.

FU fatta circolare dai ladri la voce in tutta la città che in due ore Roma perirebbe, ciò evidentemente alla scopo di far bottino durante il panico. Tutti fuggirono nei giardini e nelle pubbliche piazze. Indescrivibili scene si svolsero ovunque. Gli abitanti seminudi gridavano misericordia, si gettavano in ginocchio e attendevano pieni di costernazione l'ora della loro fine. Madri baciavano ancora una volta i loro bambini e coniugi ed amici si abbracciavano. Molti confessavano pubblicamente le loro colpe ed altri si confessavano sulle pubbliche vie. L'aria risuonava del grido: Santo Iddio abbi misericordia di noi.
Il Papa prese subito misure per tranquillizzare la popolazione e garantire la proprietà. Nello stesso tempo ordinò un inchiesta per stabilire gli autori della falsa diceria, ma non se ne seppe nulla. La popolazione si tranquillizzò soltanto lentamente. Molti per lungo tempo ancora dormivano all'aperto e nei giardini come fece il Cardinale Ottoboni ed altri nobili. Clemente XI non si limitò ad ordinare frequenti processioni rogatorie. Siccome egli vedeva nel terremoto un castigo per i peccati, prese una serie di provvedimenti onde elevare lo stato morale della sua capitale.

Tra l'altro ordinò l'osservanza del riposo domenicale e dei digiuni.
In un concistoro del 19 febbraio annunciò per il 22 una funzione di ringraziamento per la salvezza della città, stabili che d'ora innanzi nella festa della Purificazione venisse cantato annualmente nella Cappella papale il Te Deum ed anche il giorno prima venisse considerato di stretto digiuno. Quest'uso è mantenuto dai Romani ancora oggi.
Anche nel breviario venne inserita una preghiera contro i terremoti e più tardi, una consimile venne introdotta anche nella Messa.

Del resto il Papa fece fare anche delle osservazioni scientifiche per scoprire se fosse possibile prevedere i terremoti.
Mentre continuavano ancora le preghiere e le opere di penitenza, apparve che la terra non si era del tutto acquietata ed alla fine del marzo ed ai primi di aprile, avvennero di nuovo delle piccole scosse ed il 15 aprile si levò un grande ciclone ed il 24 maggio seguì una nuova scossa, la quale, benché fosse leggera, fece che molti fuggissero nella campagna.

La cronaca di Roma annuncia poi per il 10 ottobre uragani ed altre scosse di terremoto. Maggiori che nell'eterna città furono i danni apportati dal terremoto in altre parti dello Stato Pontificio, specialmente in Norcia, Foligno, Spoleto e L'Aquila. Il Papa mandò colà copiosi sussidi. L'apposita congregazione che egli aveva istituito fece mettere a disposizione della popolazione accampata all'aperto le tende delle guarnigioni di Castel Sant'Angelo e Civitavecchia.
Oltre al denaro vennero distribuiti anche dei viveri.
Spoleto che era stata particolarmente danneggiata fu anche oggetto di particolari provvedimenti ed il Governatore della città a ricordo della particolare generosità del Papa fece erigere una lapide. Anche a Norcia, Terni e Narni vennero inviate nello stesso anno notevoli somme di denaro in aiuto alla popolazione.

Nel novembre del 1705 e nell'aprile del 1706 si sentirono ancora a Roma delle scosse di terremoto. (...) Dopo che nel principio del 1711 si ebbero ancora alcune scosse di terremoto, Roma ne fu risparmiata. (...) Riflessi della guerra e dei disastri naturali si rispecchiano a loro volta nelle condizioni della popolazione dello Stato Pontificio.
All'avvento di Clemente, l'eterna città contava 149.477 abitanti, tenendo però conto che allora veniva celebrato l'Anno Santo, per cui come numero normale è meglio considerare quello dell'anno 1701 che ne portò 141.798. Fino al 1707 questo numero discese a 132.728 anche se crebbe poi lentamente per scendere poi ancora una volta. (...)


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da una Omelia di san Gregorio Magno Papa

5. - Ecco, fratelli miei, che già vediamo avverato quello che abbiamo udito! Il mondo è oppresso quotidianamente da nuovi mali che aumentano di giorno in giorno. Eravate numerosi; osservate ora quanto  pochi siete sopravvissuti! E, come se ciò non bastasse, nuovi flagelli ci affliggono, repentini infortuni ci piombano addosso,  nuove ed improvvise calamità ci colpiscono.
Nella giovinezza il corpo è vigoroso, il petto si mantiene forte e sano, eretto il busto, ed ampio il torace; nella vecchiaia  invece la statura si curva, il collo inaridito si ripiega, il petto diventa ansimante, la forza vien meno e l'affanno tronca le  parole di chi parla, e se anche non si è propriamente malati, da vecchi la salute stessa è spesso già una malattia. Similmente il  mondo nei primi suoi tempi ebbe un vigore come di giovinezza; fu robusto accogliendo il genere umano, verdeggiò di salute  corporale e fu opulento per l'abbondanza d'ogni cosa; ora invece  comincia a dare segnali di depressione, è segnato dalle  molestie che crescono. Non vogliate dunque, o fratelli, amare questo mondo che non è eterno. Richiamate alla mente il  
precetto apostolico con cui veniamo ammoniti: "Non amate né il mondo, né le cose del mondo! Se uno ama il mondo, l'amore del  Padre non è in lui;" (1Gv.2,15 Nolite diligere mundum neque ea, quae in mundo sunt. Si quis diligit mundum, non est caritas  Patris in eo;).


Solo l'altro giorno, o fratelli, avete appreso che, per un improvviso turbine, alberi secolari sono stati sradicati, case  distrutte, e chiese schiantate dalle fondamenta! Quanti erano che alla sera, sani ed incolumi, pensavano a quello che  avrebbero fatto il giorno seguente, ed invece in quella stessa notte sono deceduti improvvisamente, travolti nel vortice della  rovina?

6. - Dobbiamo pure considerare, o dilettissimi che, per compiere queste cose, il Giudice invisibile agitò il soffio di un vento  leggerissimo, eccitò la tempesta di una sola nuvola, e tuttavia ciò bastò a sconvolgere la terra ed a scuotere dalle fondamenta tanti edifici. Che cosa sarà dunque, quando questo Giudice verrà personalmente e la Sua ira divamperà per giudicare i  peccatori recidivi, se non possiamo già più sostenere ora che ci castiga per mezzo di una tenuissima nube? Quale mortale  potrà resistere, alla presenza dell'ira di Colui che, col solo agitare il vento, ha sconvolto la terra, ha turbato l'atmosfera e  divelti tanti edifici?
Paolo, considerando il rigore del Giudice venturo, ha scritto: "È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!" (Ebrei 10,31  Horrendum est incidere in manus Dei viventis.).
La stessa cosa esprime il Salmista dicendo: " Viene il nostro Dio e non sta in silenzio;davanti a lui un fuoco divorante, intorno  a lui si scatena la tempesta. Convoca il cielo dall'alto e la terra al giudizio del suo popolo " (Salmo 50, 3-4 3 Deus noster  veniet et non silebit: ignis consumens est in conspectu eius, et in circuitu eius tempestas valida. Advocabit caelum desursumet terram discernere populum suum:), il fuoco e la tempesta accompagnano il rigore di sì grande Giustizia, perchè la tempesta  colpisce ciò che il fuoco brucia.

Tenete presente, dunque, o fratelli carissimi, quel giorno, e troverete leggero, al suo confronto, tutto quello che ora vi  sembra grave.



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Preghiera e conversione sono la più efficace prevenzione contro ogni disastro...
dal Vangelo di Marco cap.4 
35 In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: «Passiamo all'altra riva». 36 E lasciata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. 37 Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. 38 Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che moriamo?». 39 Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. 40 Poi disse loro: «Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?». 41 E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: «Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?».